Eliana PrinciCinque artisti, quasi un diario

Estratto

De Zan lavora in uno studio piuttosto piccolo, con le vetrine sulla strada e sarà per la giornata piovosa, in bianco e nero, sarà per l’aspetto polveroso di questa parte della città vagamente anni Cinquanta, che sembra di entrare nelle strade solitarie e lastricate di ironia delle fotografie parigine di Robert Doisneau.

Le opere di De Zan ci attendono allineate sugli scaffali, alcune allungate e cave come flauti muti, altre larghe e di dimensioni variate, ma tutte apparentemente con equilibri instabili. Salendo la scaletta che porta al soppalco ci troviamo spiate da uno stuolo di personaggi – i vasi di De Zan dai colli lunghi o bassi, aperti o semichiusi – che potrebbero parlare con voci cupe o schernirci irridenti con accenti acuti.

La superficie, la pelle di questi personaggi è graffiata da lunghe linee verticali parallele, oppure è solcata da segni di un alfabeto misterioso, e ci convinciamo – mentre piove una luce velata dalle vetrine – che il linguaggio e i modi e il gusto di De Zan appartengono a un mondo orientale di tempi lenti e riflessioni pausate.

1996