Marcello SestitoInterni urbani


Una sorta di arcaismo proviene dalle opere di Guido De Zan come se il tempo che le ha prodotte e volute, andasse a esplorare il tempo passato. I segni graffiti sulle superfici fluttuanti e scabre sono segni lievi trascritti da un abile incisore sull’argilla primitiva, segni che ancora oscillano tra la vocazione di appartenere ad un ambito pre-linguistico e/o al suo superamento.

Alla parola si sostituisce il segno, muto, silenzioso che invade le superfici con la calma delle acque. A giusta ragione queste microarchitetture domestiche, esili come torri al vento. Forti come cattedrali, ben si adatterebbero ad essere ospitate nella casa del filosofo Kuki Shùzò. Anch’esse fanno parte del pensiero iki, al quale le accomuna, oltre all’attenzione per la cultura del the, un certo modo di concepire la graffiatura: “Quando le righe – sostiene Shùzò – si presentano parzialmente cancellate e la parte mancante è piuttosto esigua, si ha un motivo in cui si mescolano riga e cancellatura; se invece la parte mancante è piuttosto consistente, si avrà il cosiddetto kasuri, o motivo graffiato. La presenza dell’iki , in questo tipo di riga dipenderà dalla capacità di ciò che resta della riga stessa di suggerire l’infinita qualità delle rette parallele”.

Pur nutrendosi di un orientalismo filtrato dalla cultura europea, la pratica dell’autore tradisce un nascosto interesse per la fascinazione estasiata e fissa dell’oggetto morandiano. L’autore costruisce con sottile tenacia una microurbanistica dove l’oggetto, a partire dalla quotidianità domestica, va a conquistare uno spazio esterno fatto di ombre riflesse, di leggere incrinature, di fenditure e connessioni. Il tornio viene in parte abbandonato a favore di una modellazione manuale che lascia ampio spazio all’implicito comportamento della materia e ad essa si piega, reagisce, si deforma sotto la spinta lieve della mano.

Le forme di Guido De Zan altro non sono che la ricerca di una città immaginaria, dove le dimensioni dell’oggetto hanno relativa importanza, poiché il pensare immaginifico non ha scala. È una città che, abbandonata dalla rigidità della dimensione cartesiana, si lascia guidare dalla forma fluens, presagio di una imminente necessità di cambiamento di rotta.

1993