Guido De ZanVent'anni di lavoro

Appunto

Ho iniziato a fare ceramica per l’esigenza di esprimermi con un materiale forte come la terra, per uscire da un’esperienza di studio e di lavoro di tipo intellettuale che era durata una decina d’anni.

Dopo aver appreso il mestiere, ho passato due o tre anni al tornio lavorando l’argilla e realizzando oggetti di uso domestico. Superata questa fase iniziale, mi sono dedicato a sperimentare nuove tecniche, in particolare la tecnica raku, che ha un’origine giapponese anche se negli ultimi vent’anni viene molto utilizzata da ceramisti americani ed europei. Il raku si basa su un modo di cuocere la ceramica particolare: la cottura si svolge all’aperto, con uso del fuoco, dell’acqua e dell’aria molto più diretto e con maggiori possibilità per il ceramista di intervenire sul processo di cottura. I risultati sono molto variabili, spesso casuali. In quel periodo sono passato dalla creazione di oggetti d’uso alla creazione di forme più simboliche – oggetti legati alla cerimonia del tè, pannelli, piccole sculture con figure e animali. E da una lavorazione quasi esclusivamente al tornio sono arrivato ad una produzione del pezzo unico con diverse tecniche, fra cui quella a lastra.

Poi è arrivata la fase della porcellana e del grès, materiali che richiedono per la cottura temperature molto elevate e una ricerca più attenta sugli impasti e sulla composizione degli smalti. Si tratta di materiali che prendono una consistenza più duratura, poiché le terre vengono cotte al limite della loro resistenza. La resistenza di questi materiali e la colorazione più vicina al mondo minerale li rendono più naturali e meno artificiosi.

La direzione di questa ricerca mi ha portato a concentrarmi più sul materiale e sulla sua superficie piuttosto che sulla sua forma. Per fare un esempio, una porcellana con chamotte (porcellana cotta, macinata e mescolata al 30% nell’impasto crudo) ha ben poco della porcellana che siamo abituati a maneggiare. Così, le forme sono diventate più sinuose, morbide – ricordano feltro, cartone o carta, qualcosa che viene voglia di toccare... Quando si lavora sul limite di resistenza alla cottura, la terra inizia a muoversi, ad afflosciarsi, a stortarsi, a trasformarsi spontaneamente in una forma nuova.

Credo che l’impressione di trasfigurazione della materia e la trasformazione della sua forma siano fra i punti di maggior interesse del mio lavoro. Accanto a questo fronte di ricerca, da anni ho iniziato un lavoro sul segno graffito, che per me ha un chiaro nesso con l’ideogramma orientale, e in senso più ampio con la cultura giapponese e la filosofia zen. Ma anche con la pittura americana degli anni ’50 (Cy Tombly, Franz Kline, Jackson Pollock e Robert Motherwell).

Nel mio lavoro non parto da un’idea, ma dall’azione che compio, cioè dall’oggetto che prende forma, sia esso un vaso o una bottiglia cilindrica. Queste forme vengono schiacciate e perdono gradualmente il loro legame con l’oggetto. Così, dal tutto tondo del vaso, sono arrivato al bidimensionale delle tavole, o comunque verso forme che perdono tridimensionalità, arricchendosi di segni calligrafici o di altra natura.

E diventano personaggi che vivono in gruppo o almeno in coppia. Una caratteristica che li accomuna è l'estrema instabilità, il loro precario equilibrio fisico – avrebbero certo bisogno di maggiore aderenza al terreno, cioè più superficie a terra. Mi piace saperli leggeri, aerei, poco legati a terra, che si ergono nello spazio nonostante i loro timori, le loro paure, il loro equilibrio instabile. Sono caratterizzati fisicamente da dimensioni, colori e segni (graffiti) diversi. Ciascuno con una sua psicologia.

Di recente, dal segno graffito, sono passato al segno impresso in positivo con pastello per ceramica: le forme tendono ad alleggerirsi visivamente e a diventare quasi dei fogli di carta disegnata. Questo passaggio dalla forma al segno, dalla rigidità della terra pietrificata alla leggerezza e morbidità del foglio di carta, questa perdita di corporeità è una vera tentazione di cambiare status, di far apparire un materiale per un altro. E anche la possibilità di esplorare altre strade espressive. Ecco perché in parallelo ho iniziato a stampare incidendo su lastre di zinco e a fare grafica usando la tecnica del pastello.

1999