Giovanna GrossatoDue nature


Ciò che più colpisce, in questa piccola ma visivamente intensa mostra di De Zan all’Artge di Schio, è il silenzioso assolo visivo dei pezzi in porcellana e in grès e delle carte in bianco/nero. I primi, spesso apparendo con una sorta di bidimensionalità che toglie spazio alla storia; le seconde, viceversa, simulando con le loro forme a rilievo ipotetiche terze dimensioni. Alcune tavolette mostrano paesaggi desertici calcinati dalla luna, da mille anni in attesa del sole. Vasi disegnati che ostentano la loro duplice natura: dipinta o di oggetto reale. Vero-falso? Negativo-positivo? O solamente la poesia che ribadisce il suo ruolo mediatore tra idea e fenomeno?

Nell’evidente ambiguità di alcune realizzazioni di Guido De Zan, si potrebbe leggere una ricerca dello scultore di una collaborazione da parte del fruitore, atteggiamento caratteristico anche ad alcuni protagonisti dell’arte “monocroma” o “cinetica”. L’opera sembra cioè in attesa della percezione di chi guarda per definirsi completamente attraverso il processo fruitivo. Qualcosa di simile, insomma, a quanto andava scrutando sulla doppia lettura di un modello visuale la psicologia gestaltica.

Valersi programmaticamente dell’ambiguità è, del resto, anche un modo proprio della poesia e della musica e non fa che riproporre e rimettere in gioco il concetto di tempo. Bene non voluttuario di cui forse il mondo risulta più povero e affamato, il tempo viene indagato scientificamente come continuum, filosoficamente come durata e Bergson, Husserl, Wiener sono i sacerdoti di una nuova religione che cerca nella rielaborazione del concetto di tempo l’antidoto alla morte.

Al di là di ogni connotazione scientifica o filosofica, rimane però l’impressione che le raffinate porcellane di De Zan, le sue carte e le serie di piccoli vasi in grès (in una certa luce e prospettiva simili a colonie di cirripedi, in un’altra a misteriose pietre runiche), costituiscano i soggetti di un mondo astratto, raffinato e ironico, che ama giocare scommettendo sulla stabilità precaria di sottili fogli di porcellana incastellati sfidando la gravità e in balìa di un refolo di vento casuale e devastante. Che ama giocare insinuando vaghe somiglianze con elementi naturali e mitici (sarà una Torre di Babele o una serie di cilindri e cubi di misure digradanti, che si fermeranno ben prima del cielo con la loro indiscussa, inanimata geometria? Saranno scorze di bambù svuotate dai secoli o elementi di pieni e di vuoti stretti in fascio candido a racchiudere l'ombra? Saranno stelline nell’infinito siderale o punti senza dimensione che individuano una sospensione della coerenza omogenea di un piano?).

Si intitolano, ad esempio, “torri e ritmi” ma le due cose non rappresentano un sistema dualistico; arte e natura si ingegnano in una simbiosi mutualistica portatrice di valori estetici e il fine precipuo dell’arte, cioè la reificazione di un pensiero viene totalmente adempiuto.

Memore, a volte, dell’inventiva ritmica e strutturale di Fausto Melotti, in cui il rigore astratto basato sulla ricerca di valori armonici non mette mai in sordina la tensione lirica, la scultura di De Zan assolve anche a quest’altro compito dell’arte: assommare e dare sintesi a ragione e sentimento.

Satrapo della sua arte, vagamente orientale per una certa qual essenzialità e purezza – sebbene non sia automatico dover ricercare nei paradigmi asiatici la ragione della luminosa eleganza lineare dei suoi passaggi – Guido De Zan sembra voler concentrarsi sulle piccole cose nella consapevolezza che esse racchiudono sapienza e bellezza al pari di quelle smisurate e, anzi, ne costituiscono il modello.

2004