Guido De ZanIl teatrino della vita


Difficilmente mi vengono in mente nuove idee quando sono lontano dal laboratorio, dai materiali, dalla confusione degli attrezzi sugli scaffali e dal calore del forno. Solo lì dentro succede. Allora comincio a guardare i pezzi, quelli in lavorazione e quelli finiti, e le idee arrivano senza fatica. Spesso sono varianti di pezzi che ho di fronte a me, più raramente si tratta di qualcosa di completamente nuovo.

Questo mio procedere a passi lenti me lo spiego con i limiti tecnici della materia, certo, ma anche con il mio dover fare per capire dove andare, con il mio avanzare sempre un po’ timoroso di quello che potrà succedere più avanti.

Agli inizi del mio lavoro c’era il vaso tutto tondo, fatto al tornio. Poi sono arrivate le lastre, e così il vaso o la scultura hanno preso di volta in volta forme sinuose o geometriche, con sezioni non più tonde ma ellittiche. Sono diventate delle figure con un’impronta antropomorfa, una fisicità e una fisionomia ben definite. Queste figure si sono unite ai loro simili e hanno formato gruppi, teatrini in cui raccontarsi e sostenersi vicendevolmente. Nei casi in cui invece hanno mantenuto la rigidità geometrica, ricordano strutture urbane che prese insieme formano un paesaggio, e pure in questo caso sembrano cercare una reciproca vicinanza per farsi forza in un mondo forse troppo vasto per loro.

Ho la sensazione che la comunicazione diretta fra gli esseri umani sia sempre più stentata, svuotata, a vantaggio di quella stereotipata e invasiva che viaggia sui media. Se dobbiamo raccontarci le esperienze, tendiamo a farlo in modo indiretto, scegliendo argomenti e registri neutri. La curiosità verso gli altri scade nel pettegolezzo. Il nostro interlocutore viene ridotto a spettatore di un racconto narcisistico. Forse è anche per questo che i miei personaggi sono esseri nati per vivere in coppia, in famiglia, in comunità; per incontrare gli altri, per avvicinarsi in modo reale, per raccontare la propria storia e aprirsi a uno scambio spirituale.

Forse questo mio desiderio non è altro che lo specchio delle mie contraddizioni – da una parte il bisogno di solitudine, di silenzio, che mi consente di cogliere ciò che giunge da me, dall’altra il bisogno di stare in mezzo agli altri, di attingere calore e non staccarmi dal reale.

I miei personaggi hanno raggiunto un equilibrio, per quanto precario. Sono contento quando le persone interpretano questo stato come leggerezza e serenità, con quel tanto di ironia utile a farci vivere.


2008